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      16-03-2016

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Memorie del Pigneto: La guerra di Angelo

Memorie di Angelo Alteri nato a Roma classe '38 (prima parte)

Incomincio i miei ricordi dell periodo della seconda guerra mondiale con le feste:

le feste a un bambino di cinque anni restano impresse e quello che io ricordo di più, è che il regime fascista faceva sfilare per Roma i balilla.

 

Nel rione dove abitavo al Pigneto, passavano in via L'Aquila.

I balilla erano ragazzini di 9-10 anni, poi i balilla moschettieri 11-13. i giovani piu' grandi erano avanguardisti, tanti di questi andavono in biciclrtta e facevono anche le garre. Anche le ragazette erano inquadrate come figlie della lupa, piccole italiane, giovani italiane.

Una signora in seguito mi ha raccontato, lei era giovane italiana, che ogni tanto durante i primi anni di guerra, andava per le case a fare raccolta della lana. Serviva per fare i petalini per i soldati. Era tanto contenta quando delle signore le davano un cuscino intero, cosi poteva saltare qualche casa. Le signore, delle volte, gli offrivono dei pasticcini con il tè rosso, Però non era tè ma Karkadè che era un infuso preparato con i fiori di Bisco. In Italia c'erano le sanzioni. Il tè, il caffè e tante altre cose non si producevano e in Italia mancavano, ci si arrangiava con i surrogati, e l'acqua di cicoria zuccherata, si tostavano le ghiande per il caffè, la farina era di castagne.

Marciavano, i balilla, con la loro uniforme con i calzoncini corti, la camicia nera e il piccolo fucile. Anche se piu' piccolo di loro avrei voluto esserci anche io. Era il richiamo della propaganda che aveva radicato in noi italiani Mussolini.

Dicevo a mio padre:" papà quando mi mandi con loro?" Mi rispondeva: "lascia perdere non è cosa per noi".

Pure se c'era la guerra all'inizio si viveva senza pensieri. Si andava al cinema, noi andavamo a L'Aquila o un altro cinema in via Macerata che durante il bombardamento del 19 luglio del 1943 fu raso al suolo, a vedere pellicole italiane o tedesce, perchè americane erano proibite.

E poi l'immancabile “Incom Giornale Luce”. Erano documentari propagandistici dove non mancava mai la figura del Duce, del Re, saggi ginnici dei giovani fascisti, fatti di guerra dove gl'Italiani vincevano sempre, e veniva proiettato prima del film.

Oppure si andava all'avanspettacolo, un tipo di spettacolo che precedeva, o seguiva la rappresentazione cinematografica vera attrazione della serata, e che consisteva nell'esibizione di comici, cantanti, ballerine illusionisti. La vita degl'italiani era senza pensieri, tranne per i più poveri, e per le mamme e mogli che avevano i loro cari in guerra. Nella nostra famiglia si aveva in guerra zio Peppino, fratello di mia madre. Gli operai, i lavoratori, quando staccavano dal lavoro si accontentavano di bere il quarto di vino o fare la partita a carte all'osteria, giocare a biliardo tra amici al dopo lavoro.

Poi arrivo il maledetto giorno. 19 luglio 1943.

Avevo 5 anni e 4 mesi. La mia memoria ancora ricorda quel tragico evento. Si sente suonare la sirena, “ma che è gia mezzo giorno?”. Ero a giocare sul marciapiede sotto casa in via Pesaro 27 con i miei cugini, Laura e Aldo, più grandi di me, e altri cugini che abitavano sempre a via Pesaro però al 40.

Il suono della sirena continuava, però non era mezzogiorno, era troppo presto.

Zia Olga aveva capito che quella sirena era l'allarme aereo, usci dal portone gridando “tutti dentro” e noi entrammo nell' androne del palazzo. Nel frattempo le mamme e la zia Rosa, la sorella di mio nonno Nazareno, la nonna dei miei cugini erano venute a riprendere i loro figli ed entrarono anche loro nel nostro portone. Quella fu la loro salvezza, perchè il loro palazzetto era stato centrato dalle bombe insieme a quello a fianco, che faceva angolo con via Aquila dove, dopo la ricostruzione, fu posta una lapide in ricordo dei morti sotto le macerie.

Erano le 11 passate, mia madre era in cortile a fare il bucato dato che era il suo turno alle fontane. Incominciò il bombardamento. Io e mia sorella ci avvinghiammo alle vesti di nostra madre. Quanto durò quel calvario? Forse parecchio, non lo so. Calcinacci, mattoni, muri crollati, travi di ferro a penzoloni. Era stato tutto distrutto da quel finimondo tremendo causato dall' uomo: case sventrate, gl'interni portati alla luce nella loro intimità e povertà., i morti, le schegge le bombe inesplose, le macerie, dei solai sbriciolati, mobili in bilico sulle travi, sui detriti.

Tutta quella distruzione emanava un odore acre di bruciato. Ricordo un pezzo di solaio in via Pesaro con sopra un commò,un commodino e una spalliera del letto. Di quella palazzina la sua struttura non esisteva più, soltanto un montarozzo di calcinacci. Da sotto le macerie erano stati già disseppelliti corpi umani: quelle persone erano morte mentre stavano lì a fare la fila per prendere il vino in osteria.

Il nostro palazzetto aveva retto al bombardamento, nessuna bomba gli era cascata sopra, uscimmo fuori per la strada, tra i palazzi crollati, le strade inagibili, lingue di fuoco, il fumo acre impastato alle polveri causate dai crolli, i morti, non si contavano, non si vedeva piu' nulla.

Poi dopo parecchio tempo le polveri si diradarono. Arrivò una squadra di pompieri ci portarono in un fabbricato in buono stato in via Perugia dove era altra gente.

Mio padre all'epoca era impiegato a ingegneria aeronautica in via Eudossiana, dalle terrazze aveva visto gli aeroplani buttare le bombe sulla città, un bombardamento tremendo che costò ai romani, 10.000 case distrutte,40.000 cittadini senza tetto, il numero dei morti e dei dispersi non fu mai accertato. Papà ritornò verso casa a piedi perchè i tram non andavano, e quando arrivò a via L'Aquila incontrò un suo amico che lo rincorò dicendogli che i suoi erano tutti salvi. Ci trovò dove ci avevano messi i pompieri e ci abbracciò. Arivò pure il fratello di mio padre, Giuseppe. Si decise di andare a via Foligno dove abitavano i genitori di zia Olga. Mentre si passava sul ponte Casilino vedevo persone morte, cavalli sventrati dalle scegge e dalle, bombe con ancora attaccati i carri, morte dapperttutto. Mio padre poi tornò a casa a controllare i danni. I pompieri lo fermarono. Gli domandarono cosa stava facendo e lui disse che era lì per recuperare degli indumenti. “Non sono uno sciacallo!”. Poi recuperò altra roba sotto le macerie della casa dei cugini di mia madre tra cui anche un fucile da caccia del cugino Ippoliti Giuseppe.

I pompieri avevano messo un avviso a casa nostra , diceva che il fabbricato era pericolante. “Pericolo di crolli” con sotto il teschio della morte. Quell'avviso con quel teschio mi rimase impresso e dopo molto tempo lo levai. Se ne accorse zio Peppino il fratello di mio padre, e mi baccaiò. Ma io non seppi spiegare perchè lo feci, neanche adesso potrei.

Il pericolo dei crolli non fermò i ladri e gli sciacalli che entrarono nello stabile e fecero man bassa di tutto quello che trovarono.Portarono via pure la camera da letto nuova con il vaso da notte di zio Peppino che era in guerra e di zia Anita. Si erano sposati da poco. Mio padre indagò e venne a sapere chi erano stati i ladri, ma senza prove non fece niente e coloro che gli avevano detto del furto non vollero dirlo apertamente. In quel periodo mio padre a quei sciacalli non l'avrebbe perdonata, forse è stato meglio cosi.

Roma fino a quel giorno, era rimasta indenne dai bombardamenti. Però i monumenti piu importanti erano stati messi al sicuro fin dal giorno dopo la dichiarazione di guerra. I romani, chi se lo poteva permettere, andavano al mare a fare i bagni e a prendere il sole, in quella calda estate del 43. Nessuno pensava che c'era un guerra in atto, la propaganda fascista, i film luce facevano vedere le vittorie dei nostri soldati che stavano a combattere al di la delle alpi e al di la del mare, tante chiacchere al popolo credulone e non era vero niente. Di vero c'erano i poveri, quelli invece che non riuscivano a sbarcare il lunario, con la tessera che non bastava specialmente alle famiglie numerose. Un detto popolare, che significava arrivare a vivere fino alla fine del mese con quello che si aveva da mangiare. Le famiglie numerose in italia ce nerano tante . Mussolini diceva di non abbortire, di non adoperare i controaccettivi, fate figli, cosi andiamo a invadere altre terre. Abbiamo i muscoli per le nostre conquiste. Come le conquiste dell' Africa orientale. A tutte le famiglie numerose dava 5 lire a figlio. Se il figlio veniva chiamato con nomi patriottici, come Benito,Italo, Vittorio Emanuele, Amedeo, Adolfo, Maria Italia, Umberto, la ricompenza si triplicava a 15 lire.

Per le mamme con molti figli c'era la medaglia d'onore. A questa medaglia gli fu attribuito il nomignolo “medaglia della coniglia”. Meno male che questo vitalizio fu istituito nel 1939, se no sai quanti eravamo di piu.

Comunque finita la guerra questi soldi non furono più elargiti.

Mio padre nel 1941, in piena guerra venne richiamato, alle armi, nella sanità. Mamma, zio Peppino e io lo accompagnammo alla stazione dove doveva partire per la destinazione assegnatali. Quando salì sul treno io mi misi a piangere perche non volevo che il mio papà partisse. Zio peppino che in quei giorni era in licenza disse a mia madre, che avrebbe preferito partire lui per non vedere il piccolo Angelino piangere. Dopo pochi giorni papà però tornò a Roma perchè un generale dell'aereonautica lo richiedeva come suo uomo di fiducia.

I romani e tanta povera povera gente, tanti profughi che erano fuggiti dai bombardamenti delle loro città e che erano venuti a Roma si erano illusi che la capitale della Cristianità con il Papa e tutti i monumenti esistenti, non sarebbe mai stata toccata.

Invece quel maledetto lunedì si presentarono sul cielo, i bombardieri americani che venivono dal nord Africa e distrussero tanti quartieri di Roma, quartieri di povera gente. Finirono così tutte le illusioni.

Pure i morti rimasero senza casa. Nel cimitero del Verano, duramente colpito si scoperchiarono i sepolcri. La tragedia ispiro al poeta Giuseppe Ungaretti una poesia “Non gridate più”.

Lo zio Vincenzo Alteri, che pur avendo lo stesso cognome non aveva nessuna parentela con noi, ed era cognato di mamma, faceva servizio al Verano come brigadiere dei vigili urbani; lo spostamento d'aria di uno scoppio di una bomba lo catapultò dentro a una tomba scoperchiata. Usci un po ammaccato e con tanta paura ma salvo.

Roma fu bombardata una seconda volta. Ritornarono gli aeroplani il 13 agosto nella zona di villa Fiorelli, via la Spezia, via Foligno, via Orvieto, via Casilina. La chiesa di S. Elena fu distrutta dal bombardamento. Mitragliarono e bombardarono anche un treno pieno di persone e il parroco di S. Elena. padre Raffaele Melis, morì soccorrendo i feriti e dando l'estrema unzione ai morti.

Ci furono ancora altri bombardamenti, in altre parti di Roma, altri morti.

La nostra famiglia comprendeva anche una sorella e un fratello di mio padre, oltre a noi quattro:

Zio Natalino classe 1898 ( i famosi ragazzi del 98) ritornò dalla guerra 15/18 decorato ma anche cieco, zia Santina a 2 anni, si era nel 1902, mentre giocava vicino casa andò sotto il treno e gli furono amputati gli arti sinistri, braccio gamba.

Andò così: Mio nonno Alteri Vincenzo era ferroviere e aveva una casetta lungo la ferrovia, prima che i treni giungessero alla stazione Termini. La bimba trovovando il cancelletto aperto uscì sui binari mentre sopraggiungeva il treno.

Si decise che saremmo andati tutti via da Roma, per scampare ai prossimi bombardamenti, chi ad Anagni, chi a Sgurgola chi ad Arce Ci mettemmo in viaggio tutti, compresa la nostra famiglia allargata. Mio nonno Nazareno, nonna Luigia, zia Luisa che aveva il marito in guerra, zio Federico Carducci ,zio Fedele, zio Giulio, zia Anita e la sua bambina Marisa verso Zio Armando che stava ad Albano e insegnava a un collegio dei frati Carissimi.

Noi andavamo ad Anagni, mentre zio Giuseppe fratello di mio padre, con zia Olga, i figli Laura e Aldo proseguivano per Sgurgola.

Rimanemmo due giorni in via Foligno. Poi con i fagotti in collo ci avviammo verso via Appia dove passava il tram di color azzuro che andava ai paesi dei castelli Romani. Andavamo a Ciampino perche da lì partivano i treni diretti al Sud.

(continua)


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